UMANITÀ IN CAMMINO

C’è una tensione armonica e costante nell’arte di Marco Di Piazza; un anelito profondo verso luoghi intangibili dell’essere non ancora venuti alla categoria dell’esistenza.

Quella di Marco è una poetica del movimento, ma il movimento non inteso come puro moto nella dimensione spaziale. Il movimento delle sue figure è un continuo tendere verso frontiere di futuri altrove, alimentato da un sentimento cosmico primordiale: la nostalgia del futuro.

È l’umanità tutta ad essere significata – più che rappresentata – nelle figure dell’artista; un’umanità in fieri, in evoluzione sincronica di spirito e materia,  non ancora definita nella sua forma ultima e duratura, perchè in divenire incessante. Questa umanità ha il movimento come sua caratteristica peculiare, come suo modo proprio di rapportarsi all’essere ed è espressione pura dell’impulso universale dell’ andare oltre, del procedere continuo sulle possibili vie dell’esistenza. Essa è espressione di quello sforzo evolutivo proprio della natura che tende sempre a mete nuove e provvisorie.

Lo si vede nelle figure dell’artista, mai completamente definite nella loro forma, ma spesso solo abbozzate quasi a voler rappresentare questa essenziale incompletezza dell’ umano che cerca in uno slancio evolutivo gli stadi successivi di una sua perfettibilità.

Forse è per questo che l’autore, riferendosi al suo Gruppo di figure in cammino cita la frase di Gandhi che dice che Nessuna cultura può sopravvivere se cerca di essere esclusiva; proprio perchè, essendo la cultura espressione umana, anch’essa partecipa di questo perenne mutamento.

Ma in questo sua cammino universale, l’umanità non è intesa come individuo singolo sulla strada del proprio solipsismo – categoria cara al nostro tempo- ma come genere dal destino collettivo intento a condividere il sogno di un progetto comune di specie.

È  proprio con questa umanità in cammino che l’artista, per tramite della sua attenzione creativa, costantemente dialoga in uno stile personale ed essenziale, nel quale convergono esigenze espressive dell’arte e del pensiero antico, romantico e contemporaneo magistralmente amalgamate e metabolizzate per dar voce a silenziose e remote tensioni del suo animo. Guardando le sue opere, viene naturale pensare a grandi artisti quali Klimt, o Matisse con la sua “danse”, ma mentre le figure di Matisse vogliono rappresentare una mitica età dell’oro nel gesto dinamico e rievocativo della danza, quelle di Marco Di Piazza rappresentano un’età aura che non è ancora, che è potenza ancora inespressa nel divenire umano.

Marco riassume nella sua arte questa tensione, questo movimento infinito, servendosi di codici espressivi nuovi e al tempo stesso archetipici. Egli lavora la materia inerte continuando il sogno degli alchimisti, volendo dare a questa informità un ordine dinamico e trasformarla in quanto di più puro e vivo. Ferro, bronzo, marmo e tela si animano tra le mani dell’artista che consumano il rito demiurgico del portare la materia dal caos all’ordine, dall’indefinito alla forma. Nelle sue opere è facile scorgere gli echi del linguaggio della Tradizione e dei suoi codici: i contrari maschile e femminile e la loro sintesi; il processo di nobilitazione della materia vile e il ripetersi di costanti numeriche che consciamente o inconsciamente l’artista accoglie nelle sue opere.

L’essere umano di Marco di Piazza è microcosmo nel macrocosmo e per questo, partecipe nella sua avventura terrena, del destino evolutivo dell’universo tutto.

Mauro Ruggiero
Praga, primavera 2011

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