Esposizione di scultura – Porticato di San Giorgio al Velabro

Roma, 17 aprile 2010-10-25

Esposizione di scultura – Porticato di San Giorgio al Velabro

Presentazione di Raniero La Valle

PER MARCO DI PIAZZA

DISCORSO AL VELABRO

Una scultura leggera come una piuma. Così un critico ha definito la scultura di Marco Di Piazza. Dunque la cifra della leggerezza è il criterio ermeneutico per guardare l’opera di questo artista, anche quando lavora a partire da pesanti lastre d’acciaio o da blocchi di travertino. E vi assicuro che si tratta di materiali pesanti, come ho visto stamattina aiutandolo a collocare qualcuna di queste opere.

È come se scolpisse il vento, dice Giuliano Della Pergola.

Io però in questa breve presentazione non seguirò i critici nel voler dare un giudizio formale su quest’arte, sul suo stile, i suoi colori, il suo linguaggio, i suoi materiali. Se Marco ha chiesto a me di presentarlo vuol dire che non voleva il giudizio di uno specialista, di un chierico, ma di un laico, di una persona comune, non appartenente alla ditta, alla corporazione. E ha ragione, perché i laici spesso sanno di meno, ma capiscono di più e guardano più lontano.

Dunque, fuori dell’Accademia, che cosa mi sembra che dica quest’arte? Se io dovessi scegliere un biglietto da visita per questa mostra, sceglierei un vecchio cartoncino dipinto con tecnica mista nel 2002, intitolato “L’abbraccio”. Si trattava di un abbraccio astratto, un abbraccio di tecniche, olio e carbone, un abbraccio di stili, astratto e figurativo. E proprio per questo mi era sembrato un simbolo polisemico, una specie di abbraccio capostipite, capofila di ogni altro abbraccio, come quelli che si trovano qui, in ferro, in ferro patinato, in acciaio, per dire come l’abbraccio, cioè il riconoscersi l’un l’altro, l’incontrarsi, l’essere fecondi, sia inesauribile, non può mai essere del tutto raccontato, e non può mai finire, tant’è che non finiremmo mai d’abbracciarci.

L’arte di Marco Di Piazza ci racconta in modi sempre nuovi questo abbraccio, con i colori, con la pietra, con il ferro, con l’acciaio, in piccole dimensioni e in grandi dimensioni. E non fa abbracciare solo le materie, gli stili, ma anche Bon e San Gimignano, moglie tedesca e madre italiana, e quelli che abbraccia li fa camminare, li fa viaggiare, li fa danzare, sicché è vero, come è scritto nel suo catalogo da Marco Brogi, un critico senese, che il suo tema è l’incontro-comunione, che carica di sentimento la materia utilizzata per le sue opere.

Ma in questa costante dell’incontro, dell’abbraccio, a un certo punto, a mio avviso, si produce uno stacco, un salto, un evento che fa sì che ci sia un prima e ci sia un dopo. L’evento è la scultura del grande bassorilievo di due metri e mezzo per l’altare maggiore della Chiesa di Sant’Agostino, a San Gimignano, nel 1999. Anche lì c’è la celebrazione dell’incontro; c’è l’incontro di Abramo con i Tre Personaggi che sono poi, secondo Rubliov, la Trinità dell’Antico Testamento, c’è l’incontro di Gesù con Zaccheo.  Dunque c’è un incontro con Dio, che è un incontro fecondo, perché attraverso il riso incredulo di Sara, l’incontro di Abramo con gli Ospiti divini si prolungherà nella nascita del figlio Isacco, che preannuncia la nascita di Gesù. Questo incontro con Dio è però anche molto terreno, si svolge sotto la quercia di Mamre, è scolpito nel travertino, e sta chiuso nel centro di una chiesa. ci vogliono le chiavi del guardiano che apra la porta, per andare a vederlo.

È a partire da qui che, mi pare, comincia un’altra ricerca, che è sempre laica, come la precedente, ma io direi che comincia la scalata al cielo. Dio non è più lì; le figure si alzano, nascono dalla terra, dalla pietra, dal marmo e si slanciano verso l’alto, e quanto più sono proiettate verso l’alto, tanto più si abbracciano, e il loro abbraccio è una danza, e arriva il ferro, che diventa trasparente all’aria; il ferro che è materiale povero, e che perciò, proprio nella sua povertà, come avviene nel cristianesimo, è più adatto a parlare dei “magnalia Dei”, le grandezze di Dio. Il ferro che non è violentato, non è fuso; è tagliato, maneggiato, e da superficie piana si fa volume.

Comincia così il ciclo delle danze in circolo, delle danze in coppia, delle danze di lingue come di fuoco, che sono poi le lingue di fuoco della Pentecoste. E gli incontri non sono più di due figure in una forma, “una caro”, cosa molto adatta per questa chiesa dove si celebrano i matrimoni, ma sono generatori e si riproducono in tre figure, perché in mezzo c’è il figlio,

Ma ciò che è più sorprendente è che proprio in questa scalata al cielo si ritrova la terra, anzi sembrano più terrene queste figure scolpite ora nel vento che le figure in terracotta o in bronzo di prima.

Sembrano più terrene queste nuove figure, perché hanno guadagnato in libertà. E la libertà sulla terra è ciò che più rappresenta la trascendenza divina perché, come questa, non si può confinare, non si può catturare, non si può esaurire. Togliere la libertà è il vero deicidio. Dovrebbero ricordarselo quei popoli o partiti che si dicono della libertà e tolgono la libertà agli altri.

Quando, tanti secoli fa, ci si appassionava di teologia, si discuteva tra i dotti se l’immagine di Dio nell’uomo, che secondo la Bibbia è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, consistesse nella ragione o nella libertà. La tesi prevalente e più rassicurante, che giunge fino a Benedetto XVI, dice che l’immagine di Dio consiste nella ragione. Ma san Bernardo che anche se ha predicato la II crociata era pur sempre un monaco, dice: no, l’immagine di Dio sta nella libertà, e lui precisa nel “libero arbitrio”, che significa usare la ragione per la libertà; e anche se si sbaglia questa libertà, proprio perché è divina, non viene mai meno. Più che homo sapiens, è dunque homo liber.

Ecco, a me sembra che da quell’incontro fontale scolpito sull’altare a San Gimignano è sgorgata una nuova vena di acqua viva, e che da allora Marco Di Piazza scolpisca quella cosa umanissima e divina che è la libertà.

Ed è la libertà la scala tra la terra e il cielo. C’è qui una scultura, che si innalza dal marmo di Carrara, che si chiama “Persone in strada”, perché a vederle dal basso sembra una folla che cammina. A me invece fa pensare a una vecchia stampa con il monastero di Camaldoli, dove sotto c’è il cenobio, sopra c’è l’eremo, e sopra l’eremo c’è una scala su cui i monaci salgono per andare in Paradiso.

Io quindi la chiamerei scala al paradiso; ma anche questo non in senso solo celeste, ma anche terreno; perché che cosa è il paradiso? Ho letto in una storia di Bologna che nel 1257 il comune adottò un decreto noto come “Liber Paradisus”. Mediante quell’atto il Comune riscattò tutti i servi presenti nel territorio (5856 persone) pagando ai loro 395 padroni la somma di otto lire per i minori di quattordici anni e di dieci lire per i maggiori, senza distinzione tra maschi e femmine. Questo provvedimento si chiamò appunto “Liber Paradisus” – Libro Paradiso – perché la conquista della libertà era percepita come un ritorno al Paradiso; il Paradiso è la libertà; data da Dio a lei si ritorna.

Diciamo allora di Marco di Piazza che è lo scultore della libertà.

Raniero La Valle